Monday, May 01, 2006

Made in U.S.A

Fin dal secondo dopoguerra la cultura americana ebbe una grande influenza su quella italiana. In questo contesto l’industria cinematografica ed i gusti filmici degli italiani non fecero eccezione. All’epoca, erano i cowboys del far west a mandare in delirio le sale cinematografiche piene di spettatori, vuoi adulti, vuoi bambini. Da allora, si potrebbe dire che ci sia stata un’ evoluzione e che i gusti degli italiani siano cambiati: oggigiorno sarebbe impensabile produrre un film che glorifichi le azioni barbariche di quei “boys” dalla parlata stretta e dal grilletto facile che terrorizzavano e massacravano gli indiani d’America. Infatti, di film western se ne vedono oramai pochi. Ma l’americanizzazione di quest’industria, camuffata sotto il nome di globalizazione, continua apparentemente inarrestabile, rendendo l’Italia sempre più vulnerabile a “un modello unico di economia...un modello unico di pensiero...un modello unico di cultura.” (“Francofonia nel Mondo”, n.d.) Basta pensare che dal 1984 al 2001, tra i film prodotti in Italia, quelli italiani sono in costante calo, andando dal 34% al 19%, mentre quelli americani sono in costante crescita, andando dal 48% al 60% (Globalizzazione e Scelta Culturale, p. 107). Cosa esiste alla base di questo fenomeno?

Tra le molte ipotesi spicca quella, meno accettata perché scomoda, ma senza dubbio meno corrotta da forze ideologiche di potere, che può essere riassunta in una frase di Noam Chomsky: “Propaganda is to a democracy what the bludgeon is to a totalitarian state.” Ovvero, anche le democrazie come l'Italia si fondano in parte sul controllo della popolazione. Non essendo in grado di utilizzare con assoluta impunità la coercizione fisica, si affidano spesso a metodi meno percettibili (ovviamente ciò non vuol dire che le democrazie non usino la forza quando serve, come non si può dire che i sistemi totalitari non usino mezzi di propaganda). Il cinema si rivela un efficace strumento propagandistico perchè attrae numerosissime persone, divertendole ma allo stesso tempo cogliendole con la guardia del senso critico abbassata, riuscendo dunque ad iniettare idee che servono al potere per rimanere tale.

Nel caso dell’Italia, bisogna retrocedere agli inizi degli anni ’80 con il sorgere del gruppo mediaset, la tv privata di Berlusconi. Aprofittando di un terreno politico e di una legislazione radiotelevisiva favorevole e malleabile, creata appositamente dall’amico e allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, Berlusconi è in grado di trasmettere su scala nazionale programmi televisivi (Ginsborg, 2004, p. 28-56). Ma cosa trasmettere, si sarà chiesto il cavaliere a quei tempi. E qui non dovrebbero sorprendere più di tanto le scelte di film e telefilm americani. Tra i film molti appartengono principalemente a due generi. Il primo lo potremmo chiamare neo-western, con film del calibro di Warriors e 1997 Fuga da New York. Il secondo genere e’ quello delle commedie neorampanti degli attori reganiani del Brat Pack (Rob Lowe, Demi Moore, e Judd Nelson per intendersi), tra cui Pretty in Pink, Breakfast Club, e St. Elmo’s Fire, che spopolarono nelle sale d’oltreoceano e nostrane negli anni ‘80. Tra i telefilm vale la pena ricordare Dallas e Dynasty, latori dei valori di individualismo, successo e ricchezza cari agli americani. Questi programmi, per la maggior parte drammi superficiali, provocano un effetto anche nell’ambito cinematografico italiano. Ovvero, con un palinsesto di programmi ad hoc, Mediaset abbassa il livello culturale di un intero paese e di conseguenza produce anche un parallelo nelle aspettative e gusti cinematografici dell’italiano medio. Questo si puo’ riconoscere ad esempio nell’immensa – e duratura - popolarità guadagnata della commedia volgare, rappresentata ad esempio dalle avventure di Pierino (Alvaro Vitali) e dal Commissario Gilardi (Thomas Milian), e più recentemente nel successo tracimante del “reality tv” come con il programma Grande Fratello.

I due processi, quello dell’apparizione dei film e telefilm americani e della diffusione di gusti a dir poco sgradevoli, sono indipendenti l’uno dall’altro? Certamente no. Infatti, almeno in parte, il primo può essere considerato come causa. Ma la critica va bene fino ad uncerto punto. Bisogna poi venire ad alternative concrete e tirarsi su le maniche. Purtroppo, anche se la soluzione è piuttosto semplice, gli interessi di “chi conta” sono altrove. Basterebbe infatti mantenere un alto sostegno pubblico per i film italiani, intesi come patrimonio artistico del paese tutto, e dunque far sì che possano contrastare l’apparente egemonia statunitense. Dico apparente perché anche se fortissima, l’industria cinematografica americana non è certo onnipotente. E non è neppure monolitica, visto che alcuni dei suoi film, come i documentari di Michael Moore, offrono una critica interna che va invece incoraggiata.

Se, come dice John Peet sulll’Economist in uno speciale sul nostro paese intitolato Addio Dolce Vita: “…for all its attractions, Italy is caught in a long, slow decline. Reversing it will take more courage than its present political leaders seem able to muster” (Peet, 2005), allora il cambiamento deve cominciare con una maggiore consapevolezza e spirito critico da parte dei cittadini. L’alternativa è quella dell’egemonizzazione culturale degli Stati Uniti e conseguente appiattimento globale dei valori e delle idee.

Bibliografia

Francofonia nel Mondo. (n.d.). Retrieved December, 04, 2005, from
http://www.linguafrancese.it/francofonia/cultura_canadese.htm

Ginsborg, P. (2004). Silvio Berlusconi: Television, Power and Patrimony. New York: Verso.

Globalizazzione e Scelta Culturale. (n.d.). Retrieved December 04, 2005, from http://hdr.undp.org/reports/global/2004/italian/pdf/hdr04_it_chapter_5.pdf

Peet, J. (2005, November 26). (n.d.). The Economist.

Williams, R. A. (1983). Prometheus Rising. Falcon Press.


Thomas Carrozzier
May 1, 2006

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